Scritto da admin in Pd, Sicilia, tags: Pd, primarie
Ci siamo. I siciliani hanno oggi la possibilità di decidere quale sarà il prossimo segretario regionale e nazionale del Partito democratico. Si tratta di una straordinaria occasione di democrazia diretta, con cui elettrici ed elettori, iscritti e simpatizzanti, potranno indicare la rotta del più grande partito dell’opposizione. Ma anche – e forse soprattutto – una formidabile opportunità per ricordare al resto del Paese che l’Isola c’è, è attiva e reattiva, e vuole incidere in maniera determinante nella definizione dell’agenda pubblica e politica della nazione.
Per questo ora più che mai serve un segnale forte di partecipazione. Lasciare vuote le sezioni non significa solo rinunciare ad essere protagonisti di questo cambiamento, ma vuol dire legittimare di fatto il pensiero di chi vede nella Sicilia e nel Mezzogiorno vere e proprie terre di conquista, incapaci di autodeterminare il proprio futuro e di gestire con trasparenza la propria rappresentanza. Al di là delle preferenze soggettive, dunque, è determinante non disertare e dare il propri contributo a questa fondamentale tappa democratica.
Come è noto, ho deciso di sostenere con entusiasmo la mozione di Dario Franceschini e la piattaforma di Giuseppe Lupo. Sono state per me scelte molto naturali, mosse da una convinzione fortissima: la crescita della Sicilia e delle aree deboli del Sud, del tutto ignorata sia dal gopverno regionale che da quello nazionale, deve tornare ad essere l’elemento qualificante e centrale della politica di sviluppo del nostro Paese. Questo obiettivo è indicato, nero su bianco, nel documento programmatico di Franceschini ed è perfettamente recepito dalla mozione di Lupo.
L’Italia perde coesione sociale, economica e culturale. Pericolose derive divisive si manifestano ormai a tutte le latitudini e imperversano in Sicilia, dove da mesi si parla di un partito del Sud. Occorre dunque chiamare a raccolta tutte le forze capaci arginare questa deriva, e fare della riaffermazione della coscienza unitaria e del consolidamento del patto di solidarietà nazionale la propria bandiera. La nuova sfida meridionalista parte da qui.
Sul piano dell’azione politica, seguire questo precetto significa rifiutare categoricamente ogni tentazione isolazionista, denunciandone i pericoli anche all’interno dell’area progressista. Soprattutto, però, significa recidere senza esitazione ogni ipotesi di convergenza con forze di governo e di maggioranza che hanno determinato il più completo stallo in Regione. Esprimersi a favore della mozione di Giuseppe Lupo vuol dire muoversi concretamente in questa direzione. E operare una scelta di campo forte, chiara, che si oppone con forza alle pastoie di palazzo e che mira invece ad aprire il partito alla società civile e alla più ampia partecipazione dalla base. Una sfida alta e possibile, condivisa con entusiasmo da tante personalità cresciute in aree culturali e politiche diverse come Piero Fassino, David Sassoli e Rita Borsellino.
Certo, oggi non si vota per le politiche e neanche per le amministrative. Forse non sarà domani che Raffaele Lombardo si deciderà ad uscire dall’immobilismo. Forse non sarà domani che il governo Berlusconi invertirà la propria devastante politica antimeridionale e antisiciliana. Tuttavia, ai siciliani è data oggi la possibilità di lanciare a questi signori un messaggio forte e inequivocabile che riporti alla loro memoria una massima di Abraham Lincoln: “Si possono ingannare poche persone per molto tempo o molte persone per poco tempo. Ma non si possono ingannare molte persone per molto tempo”.
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Scritto da admin in Sicilia, tags: Pd, Sicilia
E’ davvero un peccato che Rosario Crocetta sposti sul piano personale una critica che voleva e doveva rimanere nell’ambito dell’analisi politica. Questa si’ e’ una vera caduta di stile. L’onorevole afferma che alcuni dirigenti del Pd, ‘piu’ che pensare a una linea politica, hanno ritenuto di rappresentare qualche referente nazionale in cambio di qualche posto in teste di lista in elezioni senza preferenza’. Crocetta forse non se ne rende conto, ma si inerpica in un sentiero molto scivoloso. Vorremmo chiedergli se strappare alla destra la roccaforte del collegio Napoli-Ischia rientra nella sua idea di ‘rappresentante di referenti nazionali’. Inoltre ci chiediamo se per caso Giuseppe Lumia abbia ottenuto il proprio scranno in Senato con voto di preferenza o, in caso contrario, se vada incluso anche lui nel novero dei dirigenti cui fa riferimento l’eurodeputato. A proposito di referenti nazionali, ci fa poi piacere rilevare che la piattaforma siciliana della lista Crocetta-Lumia sia tornata da ieri sera su piu’ ti consigli. E’ infatti encomiabile la decisione del senatore e dell’europarlamentare di chiedere con insistenza e infine ottenere l’apparentamento con la candidatura di Bersani. Un buon segno, non c’e’ che dire, visto che, che al di la’ delle chiacchiere, fa rientrare la mozione Lumia all’interno di un idea nazionale e unitaria di partito. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Solo che a questo punto s’avanza un interrogativo. Quale e’ la vera anima della piattaforma Lumia-Crocetta? I due si dicono autonomisti a Palermo e poi si scoprono unitari a Roma: s’impone come minimo un esame di coerenza. Beninteso, salutiamo con favore l’abbandono, nei fatti, di una esasperata impostazione sicilianista e divisiva. Tuttavia Lumia e Crocetta arrivano per ultimi a scoprire l’importanza di un grande partito nazionale che faccia del rilancio del sud e della Sicilia il punto cardine della crescita di tutto il Paese. Ne prendano atto, e ne deducano le proprie responsabilita’.
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Scritto da admin in Crisi
Ogni anno 300 mila persone abbandonano il Sud per cercare fortuna altrove. Quasi uno su due decideranno di non tornare più a casa per tentare di realizzare le proprie aspettative in altre parti del Paese. È il dato più sconcertante che emerge dal rapporto annuale Svimez. Da troppo tempo il Mezzogiorno rimane lontano dalle priorità nazionali. In particolare da un anno a questa parte sembra uscito del tutto dall’agenda pubblica.
Il modello di intervento dell’attuale governo privilegia infatti il riposizionamento competitivo delle aree forti, nella convinzione che alleggerendo gli ultimi vagoni il “convoglio Italia” possa ripartire spedito. Un errore strategico di portata nazionale. Dal decreto Abruzzo agli ammortizzatori sociali, dai bonus famiglia agli incentivi auto, fino ad arrivare al rimborso delle multe europee agli allevatori del nord, ogni spesa è stata finora caricata sulle zone e sulle fasce più deboli del Paese.
Quando una disgrazia si abbatte su una comunità, sia essa una crisi economica, un terremoto o una drammatica ondata di disoccupazione, gli sforzi per la ripresa devono essere chiesti anzitutto alle realtà più forti. Non è solo una questione di solidarietà e giustizia sociale. Le zone e le fasce deboli deboli devono tornare al centro della politica italiana perché solo attraverso una redistribuzione della ricchezza e delle opportunità il sistema-Paese sarà in grado di ripartire.
Se i migliori ragazzi scappano dal sud è perché il Mezzogiorno non è in grado di competere con il nord sul piano della capacità di assorbire forza lavoro altamente qualificata. Come si esce da questa situazione? Come dice il Presidente della Repubblica, lo Stato deve fare di più. Due i nodi da sciogliere: il mancato sviluppo del comparto produttivo del Sud e l’assenza di seri strumenti di raccordo tra le università e il mondo del lavoro.
La classe imprenditoriale meridionale ha bisogno della spinta necessaria per far ripartire il motore del Sud. In termini pratici questo non può che tradursi nel ripristino di una fiscalità di sviluppo che agevoli gli investimenti da Napoli in giù. Su questo binario il governo del centrosinistra , dopo lunghe negoziazioni con l’Unione europea, aveva istituito l’automatismo sul credito d’imposta, immediatamente smantellato da Giulio Tremonti.
Quanto alla promozione del radicamento della forza lavoro nel Mezzogiorno, il Partito democratico ha proposto un piano da 450 milioni per incentivare l’assunzione a tempo indeterminato di 100 mila diplomati e laureati meridionali. Tale progetto, prontamente bocciato dal governo Berlusconi, prevedeva che il compenso del giovane fosse a carico dello stato per i primi sei mesi di stage, al termine dei quali è previsto un bonus di tremila euro per le imprese meridionali che avessero offerto un contratto a tempo indeterminato. Una proposta che non avrebbe impegnato eccessivamente le casse dello Stato e che avrebbe contribuito a far rimanere al Sud una parte di quella “meglio gioventù” che ogni anno lascia la propria terra per non tornare.
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Primo maggio a L’Aquila: un’occasione unica per tornare parlare di unità nel mondo del lavoro. Seppur da posizioni ancora distanti, i sindacati compiono oggi un atto concreto verso il dialogo e la convergenza. Non si fermino qui. Abbiano il coraggio di trasformare questo primo timido passo in un cammino attraverso il sentiero della cooperazione responsabile. In una società complessa come quella italiana i problemi si risolvono mettendo insieme le forze. Un concetto vero specialmente in tempi di crisi, e tanto nella politica quanto nella società civile.
Una lezione che avremmo dovuto interiorizzare già da molto tempo. In particolare dal lontano 1993, quando l’accordo sulla politica dei redditi riuscì a tirare fuori dalle secche l’Italia, aumentando il potere d’acquisto e ponendo le basi del risanamento economico. In un momento di grave congiuntura, l’Italia riusciva a trovare il massimo del consenso intorno alle riforme necessarie.
E oggi? La situazione è al contempo molto simile e molto diversa. A renderla simile, naturalmente, lo scenario di crisi, la drastica recessione e le drammatiche ripercussioni sui livelli occupazionali e sulla qualità della vita delle persone. A renderla diversa, da una parte le specificità di un governo muscolare e unilateralista, dall’altra importanti segnali che ci dicono che questa tempesta economico-finanziaria non è determinata da semplici quantunque drammatici fattori congiunturali, ma da un deficit sistemico. Ebbene, sono proprio queste specificità dell’attuale esecutivo e della crisi in atto a rendere ancora più importante l’azione unitaria nel mondo del lavoro.
Trasformare la crisi in una occasione per rendere l’Italia un paese più giusto vuol dire fare nuove leggi. Provvedimenti che garantiscano una distribuzione della ricchezza più equa tra le fasce sociali, come pure tra le zone forti e le zone deboli del pese. Il governo sembra intenzionato a continuare la sua azione secondo un’impostazione antisociale e antimeridionale. Una linea che, nella maggioranza dei casi, non ammette la minima apertura alle istanze avanzate dalle opposizioni. In questo quadro i sindacati possono dare, oggi come mai, un apporto straordinario in termini di competenza. Il Paese non può permettersi aspre contrapposizioni. Il muro contro muro rischia di allungare i tempi su ogni riforma o di innescare conflitti sociali deleteri.
Tornare alla politica della concertazione vuol dire ricominciare a percorrere la strada della mediazione e della cooperazione responsabile. In attesa che il governo si renda conto di questo e si decida ad aprire un confronto di merito con tutto il Parlamento, il sindacato deve accettare la sfida dell’unità, non rinunciando ad alzare la voce quando è necessario, ma, allo stesso tempo, evitando di offrire straordinari alibi all’esecutivo per propugnare politiche muscolari e divisive.
Ripartire uniti dall’Aquila non vuol dire solo dare un importante contributo di solidarietà davanti a un immane dramma. Vuol dire anche, e soprattutto, far passare un messaggio di responsabilità e coerenza. Se le forze del lavoro riescono a superare le divisioni di fronte alla crisi abruzzese, significa che sono in grado di farlo anche sul piano nazionale. Significa che, al di là delle divergenze contingenti, trovare un orizzonte comune è possibile. E sicuramente auspicabile.
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Scritto da admin in Fas, Sicilia, tags: Fas, Sicilia
Irap, Irpef e Tarsu alle stelle. Imprenditori e lavoratori tartassati. E, nei comuni, la peggiore qualità della vita che si registri in Italia. Qualcuno già comincia a chiamarla fiscalità di svantaggio: peggio stai, peggio ti tratto. A un anno dall’insediamento del governo di Silvio Berlusconi e della giunta regionale di Raffaele Lombardo, la Regione Siciliana gode davvero di un pessimo primato. Mentre in convegni e seminari si continua a parlare dell’importanza in chiave nazionale di una politica economica compensativa, mirata al rilancio economico e sociale del Sud, il governo nazionale si comporta in senso diametralmente opposto. Crisi o non crisi, poco cambia: l’esecutivo continua imperterrito a sferrare colpi di accetta, pensando di poter far uscire dalle secche la nazione non già puntando sul Sud, ma, al contrario, privandolo di ogni risorsa.
Ha scritto bene Emilio Giardina: le misure fiscali di sviluppo devono riguardare gli investimenti produttivi e non le spese correnti degli imprenditori. Paletti del resto ben chiariti dall’Unione europea, pronta a bocciare per concorrenza sleale qualsiasi incentivo che si discosti da tali limiti. Ma quello che deve essere chiaro è che fino all’insediamento di questa squadra di governo uno strumento di transizione verso una piena fiscalità di sviluppo, in Italia, esisteva già. E si chiamava credito d’imposta. Ideato e realizzato dal governo Prodi dopo lunghi negoziati con Bruxelles, il credito d’imposta è stato smantellato senza esitazioni nel primo atto ufficiale del ministro Tremonti. Un colpo tremendo per il tessuto produttivo della Sicilia, inferto nel silenzio acquiescente del primo inquilino di Palazzo dei Normanni.
Lombardo ha permesso che venisse neutralizzato l’unico strumento collaudato di cui il Paese disponesse, promettendo una tempestiva legge regionale. Questo accadeva un anno fa: da allora, come è noto, nulla è stato fatto anche a causa di interminabili guerre interne tra gli esponenti di spicco della maggioranza. Non c’è disegno di legge che in Ars non alzi un vespaio di polemiche. Un conflitto che di fatto paralizza ogni minima possibilità di riforma, di rilancio, di pianificazione delle risorse. Così, tra l’antimeridionalismo attivo dell’esecutivo nazionale e l’imbarazzante immobilismo della giunta siciliana, le famiglie, i lavoratori e gli imprenditori siciliani vivono ogni giorno la condizione assurda di pagare le tariffe e le tasse più alte per ricevere i peggiori servizi e vivere in una delle regioni economicamente più depresse del Paese.
Una situazione paradossale, che mette in evidenza una doppia inadeguatezza dell’esecutivo regionale. Una territoriale di merito, dal momento che la giunta non riesce a fare un singolo passo avanti nelle riforme necessarie. L’altra nazionale e di metodo, visto che Lombardo – che a quanto ci risulta è anche leader di un partito di maggioranza – fino ad oggi si è dimostrato incapace di arginare la deriva antisociale di Tremonti. È davvero possibile andare avanti così? Oggi più che mai l’isola ha bisogno di una giunta solida e autorevole, che garantisca un’azione efficace sul territorio e che sia in grado di affrontare senza complessi di inferiorità gli uomini e le politiche antimeridionali del governo nazionale.
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Scritto da admin in Abruzzo, tags: Abruzzo
La dignità e il valore di un popolo si misurano soprattutto nei momenti di dolore. Oggi l’Italia si stringe intorno vittime d’Abruzzo. Non c’è spazio per altro. Le analisi e i bilanci inizieranno da domani. Se qualcuno ha sbagliato, dovrà pagare. Si indagheranno i nessi, si chiariranno le responsabilità. Si parlerà finalmente di ricostruzione, tenendo sempre al centro solo il bene delle persone che oggi non hanno più nulla. Ma ora il raccoglimento deve prevalere. A due giorni da Pasqua è necessario ricordare che dal più terribile dolore può nascere la speranza. In questo straziante venerdì santo è solo con la discrezione che ci è dato esprimere il più grande cordoglio e la più grande solidarietà a tutti coloro che soffrono.
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Nel Mezzogiorno, e in particolare in Sicilia, si cominciano a manifestare i primi segni di un cedimento del sistema dei trasporti che non ha precedenti nella storia del nostro Paese. Una conseguenza della scellerata politica economica del governo, che finanzia tutto – persino le quote latte degli allevatori settentrionali che non rispettano le regole – con i soldi destinati agli investimenti nelle aree deboli del Sud.
Così Ferrovie dello Stato ha deciso di ridurre il servizio e di tagliare sull’Isola 600 posti di lavoro. Intanto Cai, assoluta monopolista sulle tratte nazionali, riduce all’osso i voli verso Roma e Milano, abbassando la qualità del servizio e mantenendo alte le tariffe. L’Alitalia trova così nel Mezzogiorno una miniera capace di assicurare la più classica tra le rendite di posizione.
Bene fanno i ferrovieri siciliani a incrociare braccia di fronte alle sforbiciate di Trenitalia, che pure si è vista tagliare 700 milioni di euro dalla Finanziaria di Tremonti. Bene fanno le famiglie e i professionisti siciliani a protestare e amobilitarsi per la situazione davvero intollerabile del trasporto aereo. Finalmente anche Lombardo sembra cominciare a rendersi conto dello scandaloso stato di cose. Era ora. Certo, per farlo ha dovuto subire personalmente le conseguenze di un sistema al limite del collasso. Vorrà dire che per una volta ringrazieremo una compagnia aerea per il disservizio offerto.
L’esecutivo crede forse di aver blandito i meridionali con lo spot del ponte sullo Stretto. Per nascondere la propria azione antimeridionalista ha pensato bene di nascondersi dietro questo vessillo che non incide in alcun modo sulla crisi, dal momento che nessuno sa se e quando vedrà aprire i cantieri.
Nei fatti neanche un euro è stato stanziato per le ferrovie del Sud, che al contrario sono state falcidiate già dalla manovra estiva. Neanche un nuovo progetto immediatamente cantierabile è stato presentato al Cipe dello scorso 6 marzo. Al contrario sono state cancellate dalle tabelle le più importanti infrastrutture di raccordo del Mezzogiorno. Neanche un centesimo è stato messo per lo sviluppo del meridione dall’esecutivo, che invece prosciuga i fondi europei e blocca il Fas destinati alle regioni del Sud.
La delibera dell’ultimo Cipe, osannata da tutti i ministri e presentata come rivoluzionaria, in realtà non prevede nuovi stanziamenti, ma si limita a riprogrammare fondi europei ottenuti dal governo di Romano Prodi. In questo modo, attraverso un complicato gioco di scatole cinesi, l’esecutivo Berlusconi riesce a eludere il vincolo che impone di destinare l’85 per cento di queste risorse per il Mezzogiorno. Usa i soldi delle aree deboli per soccorrere quelle più forti.
Mentre il presidente del consiglio celebra a bordo del Frecciarossa le incredibili prestazioni dell’alta velocità, il Sud rimane a piedi. Un’asimmetria inaccettabile, che alla fine ha portato anche importanti esponenti della maggioranza come Giuseppe Castiglione a protestare per l’inservibile stato della rete siciliana, a cominciare dalla linea Catania-Palermo: 241 chilometri in 5 ore. Se tutto va bene.
Quanto ancora dovrà continuare questo doppiopesismo? A Tremonti, Matteoli e a tutti gli altri ministri che cercano di vendere l’invendibile e di far passare per oro colato lo scempio compiuto ai danni del meridione, consiglieremmo di stare attenti. Non è con le menzogne che riusciranno a nascondere le proprie responsabilità di fronte ai cittadini e al loro crescente malcontento.
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Nei prossimi diciotto mesi più di mezzo milione di italiani perderanno il posto di lavoro. Negli ultimi tre mesi del 2008 l’occupazione si è ridotta di 126mila unità. Nello stesso periodo, l’industria meridionale ha perso 70 mila addetti, l’edilizia altri 30 mila. Non è disfattismo, né il ragionamento di qualche sciagurato che crede nel tanto peggio tanto meglio. Sono dati oggettivi, forniti dai più importanti osservatori nazionali, dall’Istat alla Svimez, dalla Confindustria al Cnel. Indicatori che gettano una luce impietosa sull’insufficienza delle misure anti-crisi messe in campo dal governo di Silvio Berlusconi.
La recessione fa chiudere le aziende, divora l’occupazione e rende sempre più esiguo il potere d’acquisto delle famiglie. Uno scenario che porta alla memoria le peggiori fasi congiunturali del nostro Paese. Ma che in realtà ha specificità tutte sue che la rendono molto peggiore per una ragione. La bufera che sta investendo l’Italia, innescata da cause esterne, ha fatto esplodere le contraddizioni e le enormi divergenze di reddito, ricchezza e produttività esistenti all’interno nel nostro Paese. Per questo, diversamente dagli scenari congiunturali classici, questa recessione sta colpendo e colpirà nei prossimi mesi soprattutto le aree deboli del Sud.
Siamo, insomma, di fronte a una crisi sistemica, che può essere affrontata solo con energiche riforme tese a riequilibrare la ricchezza tra fasce sociali e territori. Cosa sta facendo il Governo per riequilibrare i livelli di ricchezza nel nostro Paese? Meno di nulla. La squadra del Cavaliere continua a sottovalutare gli effetti e soprattutto le cause della crisi. Prepara la sua cura a base di pannicelli caldi fatta di esigui bonus famiglia (che premiano i single), scarsi ammortizzatori sociali (pagati dalle regioni deboli) e social card mai caricate (una panacea, sì, ma solo per i produttori di carte di credito).
Soprattutto, l’esecutivo non prevede alcuna azione specifica per il Sud. Al contrario, finanzia le misure nazionali più disparate con le risorse destinate allo sviluppo delle aree in ritardo, aumentando così il divario tra settentrione e meridione. Per avere la misura di questa tara antimeridionalista, basti pensare che ora il governo ha intenzione dirottare 140 milioni del Fas per rimborsare le sanzioni imposte agli allevatori furbi del nord che – a scapito degli allevatori onesti – hanno sforato le quote latte imposte dall’Unione europea. Nel complesso, quella adottata dall’esecutivo è ricetta disastrosa che non migliorerà, ma anzi peggiorerà le condizioni che hanno portato alla situazione attuale.
Se vogliamo davvero affrontare i nodi della crisi occorre muoversi su un doppio binario. Da una parte servono energiche e profonde riforme strutturali tese al riequilibrio delle risorse e delle opportunità tra ceti sociali e territori. In questo senso è fondamentale porre al centro della politica di sviluppo nazionale la questione meridionale, provvedendo a istituire strumenti specifici per il rilancio e la crescita del Mezzogiorno. Contemporaneamente servono interventi immediati , che tutelino gli ex lavoratori e la capacità d’acquisto dei cittadini più poveri.
Il Partito democratico ha già esposto le sue proposte. Progetti di immediata applicabilità, come il riconoscimento di un’indennità pari al 60 per cento dell’ultimo compenso a chiunque perda il lavoro, o il fondo straordinario di solidarietà per aiutare quelle famiglie che vivono in condizioni di estrema indigenza. Accanto a queste due misure d’urgenza i democratici invocano il ritorno a reali politiche meridionaliste e redistributive, come il ripristino di fiscalità di sviluppo per gli imprenditori meridionali e un utilizzo rigoroso dei fondi europeo destinati alle agli investimenti produttivi del Sud, prosciugati nell’ultimo anno di oltre 20 miliardi di euro.
Cosa dobbiamo aspettarci da questo governo? Purtroppo gli orizzonti peggiorano di giorno in giorno. Ne è la prova il cosiddetto decreto incentivi, partito come salva-auto e trasformatosi modifica dopo modifica nell’ennesima “manovrina” pagata dalle zone deboli. Rinunciando a recepire le proposte del Pd sugli ammortizzatori sociali, bocciando le riforme necessarie a tutela delle fasce e delle aree sottosviluppate, l’esecutivo dimostra ancora una volta di sottovalutare gli effetti della crisi e di avere una visione politica complessiva miope, pasticciata e gravemente antisociale.
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È uno spettacolo indecoroso quello che stanno offrendo i signori della maggioranza sull’assegnazione delle quote del Fas. Uno scempio sia sul piano dei fondi nazionali che su quelli regionali. Dal primo giorno di insediamento il governo ha finanziato un provvedimento dopo l’altro con la quota nazionale stanziata dal governo Prodi, arrivando a dirottare 30 miliardi su capitoli che non hanno nulla a che vedere con lo sviluppo del meridione. Sul versante regionale, invece, l’esecutivo è stato recentemente costretto a confermare la dotazione di 27 miliardi che l’Europa destina direttamente alle Regioni. Ma ha rapidamente trovato il modo di bloccare i piani attuativi, rendendo di fatto indisponibile tale somma per i territori del Mezzogiorno. Oltre al danno c’è anche la beffa: quasi tutti i piani attuativi presentati dalle amministrazioni del centro e del nord sono stati accettati.
L’assessore al Bilancio siciliano, Michele Cimino ha deciso allora di uscire dal torpore, attaccando pubblicamente il ministro ed ex governatore della Puglia Raffaele Fitto. Un affondo sferrato sotto l’ala del sottosegretario con delega al Cipe Gianfranco Micciché. Cimino, Fitto e Micciché: tre esponenti meridionali dello stesso partito, il Pdl. Tre personaggi in cerca d’autore, tanto impegnati ad allestire questa messa in scena da non rendersi conto di quanto sia grottesca la loro posizione.
Incredibile l’impostazione di Fitto: continuando a giustificare ogni bordata che l’esecutivo lancia contro il meridione, riesce solo a dimostrare che il governo preferisce penalizzare le amministrazioni amiche piuttosto di riconoscere un solo centesimo al Sud. Senza senso la non-azione di Cimino: preso atto che la sua voce rimane sistematicamente inascoltata, cosa aspetta l’assessore a dimettersi? Assurda allo stesso modo la posizione di Micciché, che sbraita spesso (e a ragione) contro Tremonti, ma rimane ben saldo sulla sua poltrona.
L’idea che i fatti siano più importanti degli annunci, evidentemente, non sfiora neppure il presidente Lombardo. Di fronte all’ennesima ingiustizia subita, il governatore ha chiesto l’ennesima udienza al premier. Un film già visto diverse volte e sempre con lo stesso finale: un sorriso e una pacca sulle spalle da parte del capo del governo. Né finora è servito di più per far tornare il sorriso sulle labbra del presidente della Regione Siciliana.
Sarà così anche questa volta? Ci auguriamo di no. L’idea che la Sicilia debba andare ripetutamente alla corte di questo governo a trazione leghista per richiedere ciò che le spetta di diritto, è già di per sé un fatto di una gravità assoluta. Cosa aspetta il governatore a prendere iniziative politiche concrete? Quante vessazioni dovrà subire la Regione prima che il leader di un partito che si dice autonomista decida di reagire? La Sicilia ha bisogno ora più che mai di una degna rappresentanza nazionale, che tuteli il territorio e i cittadini al di là di ogni schieramento politico. Si deve dare il via a una battaglia trasversale e senza sconti, per difendere le risorse necessarie a far ripartire l’economia del Mezzogiorno. E, con essa, quella di tutto il Paese.
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All’inizio lo abbiamo tutti preso per uno scherzo. O magari per un refuso, un errore di stampa dovuto a qualche distratto correttore di bozze. E invece è proprio così: dopo aver stanziato 10 miliardi a favore degli istituti di credito settentrionali, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha davvero detto che conta di rilanciare l’economia del Mezzogiorno con cinque milioni. Non un euro in più finirà infatti nella dotazione della Banca del Sud, istituto “in grado di sostenere lo sviluppo del meridione”, per dirla con le parole del titolare di via XX settembre.
Ma non basta, Tremonti è andato oltre, volando alto come suo solito, spiegando ai meridionali che l’Unità d’Italia è stata fatta a spese del Sud, “con le baionette piemontesi” e non con le teorie illuminate di certi intellettuali risorgimentali. Sorge il dubbio che in quel momento il ministro non stesse affatto muovendo un’accusa, ma invece illustrava il modello cui si ispira l’azione del suo governo.
Fuori dall’ironia, la disinvoltura con la quale il ministro Tremonti si taccia per meridionalista dopo aver messo in ginocchio il Sud è francamente insopportabile. Mentre la crisi imperversa colpendo in particolare i lavoratori delle aree deboli, mentre gli esercizi chiudono soffocati dalla stretta creditizia, mentre le famiglie non hanno più di che spendere, la trovata della Banca del Sud – così come pensata dal governo – non può che essere accolta per quello che è: un pessimo numero di avanspettacolo per far dimenticare ai meridionali la parola “recessione”.
Niente più che un diversivo con il quale la squadra del Cavaliere cerca inutilmente di blandire la disillusione e la rabbia nei confronti di questo governo. Non è con uno spot pubblicitario che si cancella nella memoria dei meridionali lo scippo di 20 miliardi di euro dai fondi destinati allo sviluppo del Sud. Non è con uno slogan che si fa dimenticare ai piccoli imprenditori del Mezzogiorno l’abolizione del credito di imposta. Non è con il solito refrain che le famiglie riusciranno ad aumentare il proprio potere d’acquisto. La recessione non si combatte a colpi di annunci, ma con serie politiche di sostegno al reddito e con strumenti specifici di fiscalità di sviluppo chi investe nelle aree deboli.
Quanto sia traballante il discorso intorno alla Banca del Sud lo dimostra il totale immobilismo del governo fronte alla stretta che sta attanagliando le famiglie e le imprese siciliane. Una logica dalla quale non si sottrae neppure il presidente Lombardo. Secondo le ultime stime, infatti, il Banco di Sicilia – unico vero istituto meridionale di cui disponiamo – declina ormai due richieste di credito su tre. Su questo bilancio pesa l’assenza di una visione strategica da parte dell’azionista istituzionale, la Regione Siciliana. Se si vuole veramente iniziare un percorso a favore del Mezzogiorno, si cominci a lavorare da qui e dalle altre realtà esistenti. Si chiarisca una volta per tutte qual’è il ruolo della maggiore banca siciliana. E se è davvero possibile, almeno in questo caso, distinguere le finalità del credito dallo sviluppo economico e sociale del territorio.
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